HAPOEL BE’ER SHEVA, L’ORGOGLIO DEL NEGEV

MondoFutbol.com ci guida alla conoscenza della prima avversaria di Europa League dell'Inter

Be'er Sheva, un tempo periferia d'Israele, oggi oasi nel cuore del Negev. Qui, dove il deserto abbraccia gli iris purpurei della Foresta di Duda'im, sorgono il Cyberspark, il progetto che mira a diventare il primo polo mondiale nel campo della sicurezza informatica, e l'Hapoel Be'er Sheva, campione in carica della Ligat ha'Al  e prossimo avversario dell'Inter in Europa League. Due realtà che, come fa la sabbia con gli ultimi lembi di terra fertili, mescolano le proprie radici alla luce del sole. La prima coinvolgendo accademici e imprenditori, il secondo percorrendo la strada dell'integrazione etnica e religiosa. Con un unico trait d'union: Alona Barkat. Moglie del presidente del BRM Group, una società che gestisce fondi di private equity, ha vissuto per anni nella Silicon Valley, occupandosi di editoria, ricerca tecnologica e affari pubblici, prima di tornare nella terra natia con una grande ambizione: salvare il club dai debiti e farne un modello di società sportiva con scopi sociali.

Lei, benestante e dalla schiena dritta, in un terra di contrasti, in un mondo, quello del calcio, che storicamente sbarra le porte al gentil sesso. Il successo dell'Hapoel è per questo un colpo doppio, la vittoria di una donna che ha trovato l'equilibrio in una città che, in seguito all'Operazione Yoav (nel 1948 Israele respinse le truppe egiziane dal Negev e mise in sicurezza la frontiera con i territori palestinesi), accolse ebrei provenienti dai paesi arabi, sefarditi e russi, quest'ultimi celebri per aver reso Be'er Sheva una delle capitali mondiali nel gioco degli scacchi. Ora, però, è il pallone a portare alla ribalta la comunità dei sette pozzi (quelli scavati da Isacco, secondo la Genesi) e farlo alla cosiddetta Scala del Calcio è motivo d'orgoglio per la signora Barkat e i tifosi biancorossi, per buona parte discendenti di quegli ebrei espulsi dalla penisola iberica nel periodo de la Reconquista cattolica. 

Il palcoscenico europeo è il giusto premio per i sacrifici affrontati di recente, prima superando le resistenze nazionali del Maccabi Tel Aviv e poi liberandosi il cammino verso Milano attraverso le idee tattiche di Barak Bakhar, una delle chiavi hanno consentito agli israeliani di sfiorare i gironi della Champions League prima di arrendersi al più esperto Celtic Glasgow. Le basi del gioco del tecnico cresciuto all'Ironi Kiryat Shmona sono tanto semplici quanto efficaci: 4-4-2 sviscerato in più salse e coinvolgimento costante degli esterni, inclusi quelli bassi (peccato per la cessione del rapidissimo terzino mancino Ofir Davidazde, passato nelle battute finali del calciomercato ai belgi del KAA Gent).

Collaborazione totale e sovrapposizioni ben guidate da Nwakaeme, la punta designata a fare da raccordo e a dettare i tempi, regalando il corridoio centrale per il destro di Ogu, colui che costruisce e tampona. Questi due giocatori sono l'ultimo pezzo d'Africa rimasto in squadra: il più grande, l'attaccante zambiano Chaswe Nsofwa, stroncato da un arresto cardiaco, una manciata di giorni dopo la scomparsa di Antonio Puerta, e la sua maglia biancorossa numero 6, ritirata dopo la tragedia, mancheranno. Correva l'anno 2007, quello della svolta per l'Hapoel e Be'er Sheva, la città che unisce gioia e dolore, sabbia e verde, culture e religioni. L'orgoglio del Negev.

Aniello Luciano


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